giovedì 3 settembre 2015

La sesta estinzione

La sesta estinzione
Le specie animali e vegetali, ma anche i funghi,i microbi e i batteri, stanno scomparendo a un ritmo impressionante, mai registrato nella storia del pianeta: 27.000 specie ogni anno, tre ogni ora.
Ogni anno distruggiamo 10 milioni di ettari di foreste pluviali (nel Borneo, in Amazzonia, in Africa), per far posto a palme da olio e campi di soia.

Le mangrovie e le barriere coralline  habitat di numerose specie e protezione fondamentale per i litorali, si sono già ridotte rispettivamente del 35% e del 20%.

Nel 2007 le api mellifere – impollinatrici di gran parte dei vegetali che mangiamo – hanno cominciato a morire in massa. In Europa, le morie si sono attestate intorno al 20%, mentre negli Stati Uniti, nell’inverno del 2013/2014, hanno superato il 40%.

Uno studio condotto nel 2011 da ricercatori dell’Università di Exeter ha previsto la scomparsa di una specie su 10 entro la fine del secolo: si è innescata quella che chiamano sesta estinzione di massa. Con la quinta – 65 milioni di anni fa – si erano estinti i dinosauri.
Ma c’è una differenza sostanziale tra l’estinzione presente e quelle del passato. Il responsabile di questa crisi ecologica globale è l’uomo.
In 70 anni abbiamo distrutto i tre quarti dell’agrobiodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti.
L’equilibrio si è rotto quando abbiamo iniziato a gestire le fattorie come industrie. L’industria non tollera i tempi della natura, non ha stagioni né pazienza. Deve produrre sempre, tanto, velocemente e nel modo più efficiente possibile. Deve produrre in serie. 

L’agricoltura industriale è nata in America dopo la seconda guerra mondiale, per riconvertire l’industria bellica. Il nitrato di ammonio, principale ingrediente degli esplosivi, era infatti anche un’ottima materia prima per produrre fertilizzanti. Prima di allora si arricchivano i terreni grazie alla rotazione con le leguminose (fagioli, fave, piselli) e al letame degli animali. Ma da quel momento, abbiamo iniziato a comprare fertilizzanti, pesticidi, diserbanti, carburanti per le macchine.
Abbiamo iniziato a cibarci di petrolio.

Poche multinazionali hanno preso il controllo del nostro cibo, brevettando semi ibridi, fertilizzanti, pesticidi e diserbanti, imponendo le loro regole al mercato. Le prime tre (Monsanto, DuPont Pioneer e Syngenta) detengono oggi il 53% del mercato globale dei semi e le prime 10 controllano il 76%.
Il cerchio si è chiuso con i semi geneticamente modificati, tappa estrema di questo percorso. Dai 1,7 milioni di ettari coltivati a ogm nel 1996 si è passati a 175,2 milioni di ettari nel 2013.

Gli oceani hanno una storia simile. Le flotte industriali sono diventate sempre più numerose, potenti ed efficienti, grazie a tecnologie avanzatissime. Oggi usano sonar, aerei e piattaforme satellitari per individuare i banchi di pesci e spesso raschiano i fondali con enormi reti a strascico, distruggendo tutto ciò che si trova lungo il loro percorso. La pesca industriale produce sprechi enormi: più del 40% del pescato è rigettato in mare. Nell’acqua si riversano fertilizzanti, pesticidi, rifiuti, petrolio... La plastica forma ormai gi gantesche discariche galleggianti. Infine, la concentrazione di CO2 aumenta l’acidità degli oceani, compromettendo la catena alimentare marina.

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