martedì 7 aprile 2015

Addio alle "quote latte". E adesso? - Se avanzo mangiatemi! Comieco e Slow Food contro lo spreco alimentare - Piccole rivoluzioni gastronomiche: a Madrid l’autentica cucina giapponese



Addio alle “quote latte”. E adesso?

Dal primo aprile va in pensione la misura di contingentamento della produzione di latte istituita dall’Europa dal 1984 con lo scopo di equilibrare il mercato e stabilizzare i prezzi. In tutti questi anni il mercato lattiero caseario comunitario è stato tenuto sotto controllo evitando eccessive produzioni con soglie annue da non superare, prevedendo in caso contrario penali piuttosto salate a carico di ogni produttore trovato nell’irregolarità. Riportiamo il commento di Carlo Petrini uscito ieri su La Repubblica e a seguire un approfondimento molto dettagliato sulle prospettive future.


Nel 1984 Carl Lewis replicava le gesta di Jesse Owens vincendo quattro ori alle Olimpiadi di Los Angeles, disertate dai sovietici per ripicca, dopo il boicottaggio statunitense a quelle di Mosca del 1980. C’era ancora (eccome!) la guerra fredda e in Europa la Cee era ancora formata da soli dieci Paesi. Sempre nel 1984 per l’agricoltura continentale arrivò la rivoluzione delle quote latte: dopo vent’anni di sostegno diretto al prezzo del latte (il cosiddetto aiuto accoppiato: più producevi, più la Cee ti premiava con un’integrazione al prezzo), per garantire continuità a quel modello di aiuti, l’Organizzazione Comune del Mercato imponeva un limite alla libertà imprenditoriale con l’obiettivo al contempo di far crescere e migliorare il sistema dell’allevamento europeo.
Abbiamo visto tutti i risultati dell’aiuto diretto e delle quote: stalle mediamente sempre meno numerose e più grandi; razze bovine da mungitura progressivamente ridotte a pochi tipi, con la Frisona a farla da padrone in tutti gli areali dove l’allevamento da latte persisteva; diffusione a tutte le latitudini europee di un modello intensivo di conduzione dell’azienda lattiera, basata sui cosidetti unifeed (generalmente, insilati mescolati a fieno o paglia), arricchiti con svariate altre materie prime (dalla soia ai semi di lino, dai semi di cotone ad alcuni residui di lavorazioni alimentari), che avevano lo scopo di eliminare le differenze nel gusto del latte derivate dai cambi di stagione e dalle diverse dislocazioni territoriali degli allevamenti. Quando ero bambino, ricordo perfettamente che il latte raccolto nella stalla dove si mungeva (poco) latte da alcune bovine di razza piemontese, cambiava nettamente sapore quando gli animali passavano dall’erba fresca al fieno, perché l’inverno era arrivato, per poi tornare a dare al bianco liquido un’autentica esplosione di sapore e profumi quando, come in questi giorni, i prati tornavano a verdeggiare e a punteggiarsi di fiori.
Oggi, martedì 31 marzo, il sistema che ha governato il settore lattiero europeo per più di trent’anni terminerà: le quote andranno in pensione. Ma il futuro non sarà un ritorno al latte che profuma a seconda della stagione, molto più probabilmente sarà un tempo di rimpianti, invidie e gesti eclatanti.
Il sistema era nato per dare all’Europa autosufficienza alimentare e per questo, ormai da oltre cinquant’anni, i prezzi di cereali e latte, in primis, sono stati tenuti alti dall’artificiale supporto del denaro pubblico: quell’iniezione di risorse doveva spingere gli allevatori a produrre abbastanza per tutti gli europei e doveva assicurare loro un tenore di vita adeguato. Nei fatti, il sistema ha invece spinto a una crescita produttiva ben oltre le necessità interne, impossibile da assorbire per il mercato mondiale in una logica di libero scambio (sia per ragioni strutturali, poiché latte e derivati non si conservano a lungo; sia per ragioni politiche, poiché tutti i paesi sviluppati tendono a proteggere il proprio comparto lattiero caseario), rivelandosi profondamente contraddittorio.
Da decenni l’Ue spende per ritirare dal mercato ingenti quantità di burro e latte in polvere, allo scopo di tenere prezzi alti (la forma più moderna di aiuto diretto) e così facendo spinge il sistema di allevamento a produrre sempre di più, generando il bisogno di ulteriori acquisti di derrate, per scongiurare il crollo dei prezzi. Il classico cane che si morde la coda. Con la fine delle quote latte, questo sistema diventerà impensabile nelle forme che ha avuto fino ad ora e il mercato, si sostiene, troverà una propria regolamentazione autonoma. Il che è certamente vero, ma è una formulazione che trascura sempre di tenere in debito conto le vittime del processo di “autoregolamentazione”.
Gli allevatori che escono dal regime delle quote, infatti, sono stati (da due generazioni, non da ieri) abituati a pensare in termini quantitativi e poco altro. Hanno avuto per decenni un modello di qualità ad uso e consumo dell’industria lattiero casearia che ne ha livellato capacità e specificità. Soprattutto, se penso a quelli italiani, il loro savoir faire è stato compromesso per far loro produrre lo stesso latte che si può produrre (con costi infinitamente più bassi) in Germania, in Boemia o in Ungheria. La qualità del latte italiano, che storicamente era una qualità generata dalla diversità, il prodotto di territori molto differenti e di decine di razze bovine con attitudini lattifere ben individuate, è stata abbandonata a vantaggio di una qualità dei numeri: grassi oltre una certa percentuale, proteine oltre una certa percentuale e cellule somatiche al di sotto di una certa percentuale.
Ma è chiaro che quel sistema ha livellato la produzione, ha reso facile il compito di chi quel latte doveva lavorarlo e trasformarlo, ma ha tolto un vantaggio competitivo importante al Paese. Chi ha avallato quel sistema oltre trent’anni fa, oggi non dovrebbe stracciarsi le vesti o fare picchetti contro le cisterne che arrivano dall’estero: dovrebbe chiedersi se la sua fu politica per gli agricoltori o un’insipiente accondiscendenza nei confronti di interessi forti, nazionali ed europei. La risposta, finalmente ci siamo, è che il nostro latte, reso anonimo da decenni, tra pochi giorni si ritroverà a competere in un sistema di “libero mercato” con un latte identico che arriva in Italia a 10 centesimi in meno, al litro, dall’Est.
Il recupero di un’identità delle produzioni nazionali, la possibilità verificata di indicare il luogo di produzione, ma anche e soprattutto di dare conto al consumatore sulla dieta delle bovine, sul fatto che esse siano trattate secondo i più avanzati standard del benessere animale, così come il recupero di filiere di latte locali da razze autoctone, sono le chiavi per ricostruire il valore del latte italiano. C’è molto da fare, a partire dalla redistribuzione del reddito lungo la filiera (per ogni brick di latte venduto, l’allevatore non incassa che il 25-30% del prezzo) e dalla restituzione di anima e prestigio ai grandi formaggi italiani che sessantacinque anni dopo la carta di Stresa che per prima li tutelò, soffrono da tempo di un processo di trasformazione in commodity che ne deprime il prezzo e sopratutto ne brucia il valore agli occhi dei consumatori. Tutte le piccole produzioni, sia di latte sia di formaggi dalla lunga storia e dai gusti indimenticabili, che hanno resistito nonostante le difficoltà e il loro essere state in qualche modo anacronistiche rispetto al sistema dominante per decenni, sono un esempio da seguire e un insieme di micro-modelli locali da imitare e ridiffondere in ogni territorio. Si tratta di una grande sfida per il Ministro delle Politche Agricole e Forestali nell’anno di Expo, ma dal suo esito dipendono conseguenze molto più durature, per l’intera agricoltura italiana, di quelle che potranno scaturire dai luccicanti padiglioni di Rho.





Se avanzo mangiatemi! Comieco e Slow Food contro lo spreco alimentare


Quello della riduzione del cibo sprecato è uno dei temi più importanti per la nostra associazione. Se tutti, infatti, ci impegnassimo a ridurre il volume di cibo che ogni giorno viene gettato nella spazzatura, l’impatto sarebbe molto forte. Non buttare nulla e abituarsi anche quando si è fuori casa a chiedere di poter riutilizzare, magari portandolo via con sé, ciò che si è avanzato è una pratica molto comune all’estero, ma ancora troppo poco diffusa da noi. L’iniziativa di Comieco, Se avanzo mangiatemi ha come obiettivo proprio quello di incentivare l’utilizzo di contenitori per portarsi a casa il cibo o il vino che avanza dai nostri pranzi al ristorante o in osteria. Per svilupparla Comieco si è rivolta ad alcuni dei più importanti professionisti italiani nel campo del design e dell’illustrazione, chiedendo loro di disegnare un contenitore per il vino e uno per il cibo. Il risultato sono 5 contenitori più simili a oggetti d’arte o di moda che non a un contenitore per gli avanzi. Il motivo di uno sforzo così importante è semplice: trasformare una richiesta spesso considerata imbarazzante in un gesto naturale e che porti a ottenere un oggetto prezioso e bello.

A guidare la squadra dei designer Francesco Faccin, Giulio Iaccheti, Matteo Ragni e Chiara Moreschi e degli illustratori Beppe Giacobbe, Guido Scarabottolo e Olimpia Zagnoli sono stati Michele De Lucchi e Andrea Kerbaker.

Anche noi di Slow Food abbiamo fatto la nostra parte con grande entusiasmo, segnalando e coinvolgendo un gruppo di 75 tra ristoranti e osterie lombarde che a partire da aprile potranno mettere i loro avanzi in questi splendidi oggetti.

Per saperne di più: www.comieco.org


Piccole rivoluzioni gastronomiche: a Madrid l’autentica cucina giapponese



L’arte dei giovani aspiranti cuochi giapponesi che viaggiano per l’Europa per studiare e conoscere la buona cucina del Vecchio Continente è, senza dubbio, uno dei trend più visibili per chi osserva il continente con l’occhio del gastronomo. I giovani si portano dietro dal paese del Sol Levante l’assoluta dedizione alla tecnica e la precisione ineguagliabile nel realizzare lavorazioni e preparazioni di ogni tipo. Non è raro trovare in Giappone ristoranti di cucina italiana o francese di assoluta perfezione, più raro trovare in Europa ristoranti giapponesi di ottimo livello in grado di uscire dagli stereotipi di sushi, sashimi o tempura.
Fortunatamente la scelta si sta allargando, e la Spagna è certamente in prima linea in questa piccola rivoluzione gastronomica. Le grandi città iberiche stanno vedendo crescere l’offerta in questo senso, e costituiscono sempre più un polo attrattivo per giovani creativi orientali che sono capaci di unirsi con omologhi europei per creare esperienze uniche. In particolare, parlando di Madrid, voglio presentare un locale che, pur rispettando tecniche e lavorazioni del Sol Levante, presenta una cucina molto interessante e soprattutto sensibile verso le materie prime del territorio: è il ristorante Kabuki Wellington, che si trova a due passi dal polmone verde di Madrid, il parco del Buen Retiro.
Qui l’attenzione alle materie prime porta il concetto di cucina asiatica un passo più avanti, perché si basa interamente su ingredienti spagnoli. È quindi inevitabile che certi cavalli di battaglia nipponici debbano adattarsi alla differenza delle materie prime, ma questo adattamento anziché togliere aggiunge. Già, perché la cucina è da sempre nella storia figlia del miscuglio e del meticciato, e i ristoranti etnici in giro per il mondo non hanno senso se chiusi nella rivendicazione di un’autenticità intoccabile e assoluta. Perché fare cucina etnica vuol dire anzitutto aguzzare l’ingegno e mettere tecniche e preparazioni tradizionali tipiche di un’area del mondo in contatto con la realtà culturale e agricola del paese che accoglie, per cercare di mantenere fermi i capisaldi gastronomici senza arroccarsi in un conservatorismo insensato. Ed ecco il miracolo del Kabuki Wellington, capace esattamente di fare questo. Basti citare il sashimi di toro per rendere l’idea dello spirito del posto.
Non solo Madrid è testimone di questa tendenza. Anche a Barcellona, da sempre capitale del fermento gastronomico iberico insieme a Bilbao, la tendenza è in atto e non sembra intenzionata a rallentare. Mi piace ricordare qui il Koy Shunka, che all’ombra della cattedrale offre una grande cucina giapponese ibridata con influenze spagnole.  
La rivoluzione gastronomica passa anche e soprattutto dal meticciato.

Ristorante Kabuki Wellington
Calle de Velázquez 6, 28001 Madrid
www.restaurantekabuki.com

Ristorante Koy Shunka
Calle Copons 7, 08002 Barcellona
www.koyshunka.com




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